Vannacci da Gruber: quando il confronto televisivo rafforza chi dovrebbe essere messo all’angolo

La prima apparizione di Roberto Vannacci a “Otto e Mezzo” era attesa da molti come un esame televisivo decisivo. Da una parte Lilli Gruber, volto storico del giornalismo politico italiano; dall’altra il leader di Futuro Nazionale, figura che negli ultimi anni ha saputo catalizzare consenso e polemiche come pochi altri. Il risultato, però, potrebbe essere stato molto diverso da quello immaginato da chi sperava di vedere il generale in difficoltà.

Per oltre quaranta minuti il confronto si è sviluppato sui temi che da tempo accompagnano il dibattito attorno a Vannacci: immigrazione, identità nazionale, diritti civili, famiglia e collocazione politica. Argomenti sui quali il leader di Futuro Nazionale ha ormai costruito una riconoscibile piattaforma politica. (Libero.it)

Ciò che ha colpito molti osservatori non è stata tanto la durezza delle domande, quanto la sensazione che una parte consistente dell’intervista fosse orientata più a mettere sotto processo l’ospite che a comprenderne le posizioni. Quando il dibattito televisivo assume questa forma, il rischio è sempre lo stesso: trasformare l’intervistato in una vittima del sistema mediatico anziché in un politico da sottoporre a verifica critica.

Vannacci ha mostrato una strategia comunicativa ormai consolidata. Invece di arretrare di fronte alle contestazioni, ha cercato di riportare costantemente il confronto sui temi che ritiene centrali: sovranità, sicurezza, identità e rappresentanza democratica. Una tattica che gli ha consentito di parlare direttamente al proprio elettorato, evitando di farsi trascinare completamente sul terreno scelto dalla conduttrice. (Libero.it)

L’aspetto più interessante della serata è forse un altro. Ogni volta che una parte dell’establishment mediatico tratta determinati argomenti come tabù o considera alcune sensibilità popolari come indegne di rappresentanza, finisce per rafforzare proprio quei movimenti che sostiene di voler contrastare. È un fenomeno già visto in molti Paesi europei e negli Stati Uniti.

Che si condividano o meno le idee di Vannacci, il suo consenso non nasce dal nulla. Nasce dalla percezione, diffusa in una parte dell’opinione pubblica, che temi come immigrazione, sicurezza, identità culturale e sovranità nazionale siano stati troppo spesso liquidati con etichette e semplificazioni. Ignorare questa domanda politica non la fa scomparire; al contrario, la rende più forte.

Il dibattito con Gruber non cambierà da solo gli equilibri della politica italiana. Tuttavia ha mostrato ancora una volta perché Vannacci continui a crescere nel panorama politico nazionale: perché si presenta come la voce di un elettorato che ritiene di non essere ascoltato dai media tradizionali e dalle élite politiche.

E quando un politico riesce a convincere i propri sostenitori di essere contemporaneamente attaccato dall’establishment e capace di tenergli testa in diretta televisiva, spesso è lui a uscire vincitore, indipendentemente dal giudizio dei commentatori.

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